Etnografia ed Emotività

Riccardo Esposito – “Etnografie ed emotività” è il titolo della nostra proposta didattica che si prefigge di affrontare uno dei nodi problematici dell’etnografia contemporanea, ovvero il ruolo dell’emotività rispetto la ricerca etnografica stessa. Nello svolgimento del nostro programma, infatti, cercheremo di individuare ed analizzare l’alterazione del percorso metodologico (delle sue certezze, della sua linearità) nel momento in cui, a causa di un elemento inatteso e attraverso le diverse emotività scaturite sul campo, ha subìto un processo di destabilizzazione. La nostra attenzione si concentrerà in particolar modo sul il contributo interpretativo che la prospettiva soggettiva del ricercatole, alterata dall’abbandono del posizionamento iniziale, ha donato all’intero lavoro di ricerca nel momento in cui ha affrontato il processo di riposizionamento all’interno dell’esperienza etnografica.

Arrivati a Garças: prima mistura di emozioni che andavano dalla felicità al timore – un timore positivo, quel classico sentimento che si prova nel momento in cui, nel buio più totale del cerrado, un buio che sinceramente non avevo mai visto,ci si trova di fronte a qualcosa che si rispetta ed ammira allo stesso tempo. (…) Le mie nozioni a proposito dei Bororo, e più in particolare rispetto all’intera esperienza etnografica in Mato Grosso, mi indicavano un percorso sì complicato e di non facile decifrazione, ma che insieme ai miei compagni di viaggio potevo intraprendere senza particolari difficoltà. I nostri referenti all’interno del villaggio erano presenti nel momento del nostro arrivo ed avevamo acquistato il dono (qui ora lo chiamo così) per essere accettati all’interno dell’aldeia: tutto ciò mi tranquillizzava e lasciava l’illusione di poter lavorare con serenità al nostro breve, ma intenso, progetto etnografico sull’auto ed etero – autorappresentazione.

Marçiano (indios ventenne conosciuto in aldeia) ci consiglia di spostarci al fiume: stringiamo amicizia con lui ma non capiamo il perché di questo consiglio. Avevamo portato i doni ma i Bororo sembravano non propensi ad accettarci. Abbiamo passato un intero giorno completamente isolati, relegati nella nostra abitazione a venti metri dal centro del villaggio. Venti metri che sembravano cento chilometri; o meglio, io li percepivo così. Per me quella distanza relativamente minima rappresentava un abisso, soprattutto alla luce delle enigmatiche parole quasi minacciose di alcuni Bororo rispetto alla nostra possibilità di svolgere attività di campo, completamente discordanti da quelle di Josè Carlos. Non riuscivo a capire cosa era andato storto, e quel timore iniziale – mistura di rispetto e ammirazione – si era trasformato in spaesamento. Non paura – classica e genuina che scaturisce nel momento in cui ti trovi di fronte qualcosa di pericoloso – e neanche angoscia – non ero nella condizione di chi è tormentato da un pensiero opprimente – ma semplicemente incapacità di inquadrare il reale svolgimento delle vicende in cui vivevo. Non capivo il perché di quel divieto e mi rendevo conto che non avevo né gli strumenti per risolvere l’incognita né la possibilità di ignorarla.

Nel pomeriggio del nostro terzo giorno, praticamente a ventiquattro ore dal nostro esilio, Josè Carlos, Apollonio ed Emilio (rispettivamente maestro dei canti, capo politico e responsabile della salute del villaggio) vennero presso il nostro alloggio e ci spiegarono che, essendo capitati a ridosso di un funerale, dovevamo presentare un altro dono: 50 reais. (…) Da quel momento in poi non abbiamo avuto più alcun rifiuto e/o difficoltà. A quel punto in me era scomparso quel timore spaesante con il quale avevo convissuto per un giorno intero: avevo capito che il tutto era finalizzato ad un’ulteriore richiesta, ma di certo i miei sentimenti non erano simili a quelli che ho provato durante la prima metà del secondo giorno, né tantomeno lontanamente paragonabili a quelli della notte del nostro arrivo. Adesso ero tranquillo, sì, avevo capito il motivo del loro comportamento, ma la mia posizione era mutata e mi sentivo inquieto. Né intimorito ne tantomeno spaesato: il mio sguardo stava acquisendo una prospettiva critica nei confronti di una serie di meccanismi politici non semplici da cogliere e sui quali credo che non potrò mai mettere un sigillo di assoluta verità.


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Un pensiero su “Etnografia ed Emotività

  1. Salve, volevo strutturare la mia tesi in antrop. sociale proprio su queste fasi del lavoro sul campo: il prima cone le aspettative metodiche ecc., il mentre con lo spaesamento psichico ed emotivo, il “dopo” con le conclusioni ed il superamento delle difficoltà. Gradirei tantissimo ricevere delle indicazioni bibliografiche, specie per quanto riguarda il mentre ed il dopo. Grazie. Ale.

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